IL MARE COLORE DEL VINO...

Blog collettivo dedicato a letteratura, arte, musica,
alla ricerca di "affinità" tra testi, alla segnalazione di siti letterari...




Che fai tu, luna, in ciel, dimmi che fai, silenziosa luna?


moon phases
 

Nicoletta Tomas Caravia, Presencia



"...navigando sul mare color del vino verso genti straniere..." (Omero, Odissea, l.I, v.183)

"...forse l'effetto, come di vino, che un mare come questo produce. Non ubriaca: si impadronisce dei pensieri, suscita antica saggezza..." (L.Sciascia, Il mare colore del vino)

"...e cantano canzoni d'amore sul mare color del vino" (F. De Gregori, L'aggettivo mitico)


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Indice degli argomenti e dei testi analizzati o citati nel blog
(in ordine cronologico)

Indice degli argomenti e dei testi analizzati o citati nel blog (in ordine cronologico)

L. SCIASCIA, Il mare colore del vino, (21/09/04)
OMERO, Odissea, (21/09/04)
F. DE GREGORI, L'aggettivo mitico, (21/09/04)
G. VERDI, Il Nabucco, (26/09/04)
I. CALVINO, Il barone rampante,(03/10/04)
F. PETRARCA, Canzoniere (08/10/04)
OVIDIO, Metamorfosi, (08/10/04)
E. JELINEK, (11/10/04)
A. MORAVIA, La noia (13/10/04)
U. ECO, Il nome della rosa, (14/10/04)
F. DE GREGORI, Rosa rosae, (14/10/04)
OMERO, Iliade, (17/10/04)
E. MONTALE, Non chiederci la parola, (30/10/04)
Gli ossimori in letteratura, (01/11/04)
G. PONTIGGIA, Nati due volte, (07/11/04)
A. de SAINT-EXUPERY, Il piccolo principe (07/11/04)
HEIDEGGER, (08/11/04)
M. PROUST, Alla ricerca del tempo perduto, (08/11/04)
N. MACHIAVELLI, Lettera a Francesco Vettori (10/11/04)
S. VREELAND, Artemisia Gentileschi, (10/11/04)
G. PASCOLI, Novembre, (13/11/04)
I. CALVINO, Perché leggere i classici, (14/11/04)
G. LEOPARDI, Aspasia, (15/11/04)
I. KANT, Critica della ragion pratica, (16/11/04)
S. KING, Sullo scrivere, (17/11/04)
G. D'ANNUNZIO, Il trionfo della morte, (19/11/04)
N. GINZBURG, Le piccole virtù, (24/11/04)
N. MACHIAVELLI, Il Principe, (25/11/04)
Psicoterapia della Gestalt, (27/11/04)
E. MONTALE, Ho sceso dandoti il braccio..., (29/11/04)
R. WALSH, Operazione massacro, (29/11/04)
C. KAVAFIS, Turbamento e Sulle scale, (29/11/04)
C. KAVAFIS, Itaca, (30/11/04)
U. SABA, Ulisse, (30/11/04)
Saba e la depressione, (01/12/04)
U. SABA, Amai, (01/12/04)
F. POULENC (04/12/04)
A. MORAVIA, La rosa (04/12/04)
E. MONTALE, Forse un mattino... (04/12/04)
V. PERRELLA, Mosca più balena, (05/12/04)
G. PATRONI GRIFFI, La morte della bellezza, (07/12/04)
E. JONG, Ballata di ogni donna, (08/12/04)
D. BUZZATI, Il deserto dei Tartari, (08/12/04)
F. POULENC, Trio per piano, oboe e fagotto, (11/12/04)
F. PESSOA, Il violinista pazzo, (12/12/04)
Rivista Nuovi argomenti, (13/12/04)
C. SAUTET, Un cuore in inverno, (15/12/04)
D. BUZZATI, Lo strano Natale di Mr. Scrooge e altri racconti,(22/12/04)
A. MORAVIA, Racconti romani, (22/12/04)
D. BUZZATI, Che scherzo! (24/12/04)
J. PREVERT, Questo amore, (24/12/04)
A. MORAVIA, Gli indifferenti, (26/12/04)
G. MAHLER, Kindertotenlieder, (27/12/04)
Un "vecchierello in Pino Daniele, Giacomo Leopardi e Francesco Petrarca, (04/01/05)
D. F. WALLACE, La scopa del sistema, (06/01/05)
SIMONIDE, Il lamento di Danae, (08/01/05)
C. BECCARIA, Dei delitti e delle pene, (08/01/05)
Storie Zen, (09/01/05)
EVA PIERRAKOS, Unione creativa, (11/01/05)
Aforismi di OSCAR WILDE, (11/01/05)
PIRANDELLO e l'Umorismo, (16/01/05)
Le commedie di ARISTOFANE, (16/01/05)
Un'estate fa, (17/01/05)
P. KLEE, Microcosmi d'Arte,(18/01/05)
P. CEZANNE, I giocatori di carte, (19/01/05)
"Capelli" in GUCCINI e PETRARCA, (21/01/05)
Un detto Apache, (24/01/05)
J.P. SARTRE, La nausea (24/01/05)
G. UNGARETTI, Non gridate più, (25/01/05)
W. STYRON, La scelta di Sophie, (27/01/05)

Caccia all'errore

Caccia all'errore

Se noti errori, per favore segnalali nei commenti.

Suoneresti uno strumento con le note sbagliate? In difesa di un po' con l'apostrofo e non con l'accento, qual è senza apostrofo, che e non ke grammatica italiana

Considerazioni in ordine sparso

Considerazioni

I diritti del lettore secondo Daniel Pennac
in Come un romanzo (1993)
1. Il diritto di non leggere
2. Il diritto di saltare le pagine
3. Il diritto di non finire un libro
4. Il diritto di rileggere
5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa
6. Il diritto al bovarismo
7. Il diritto di leggere ovunque
8. Il diritto di spizzicare
9. Il diritto di leggere a voce alta
10. Il diritto di tacere

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire (Italo Calvino, Perché leggere i classici, 1981)

Apri un libro. Il libro ti aprirà (proverbio cinese)

I libri si possono dividere in due categorie: quelli "dell'ora" e quelli "di sempre" (John Ruskin)

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti (Articolo 1 Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, 1948)

Poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che si devono costruire le difese della Pace (Costituzione dell'UNESCO, 1945)

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lunedì, febbraio 27, 2006

Tu sei tutto ciò che ho nella mia vita,

quando non ho nemmeno più me stessa.

Sei tu il lido della mia zattera

naufragata;

sei tu il nido dei miei voli

smarriti;

tu sei la culla della mia perduta

infanzia,

la tana del mio inverno

presente,

lo scoglio delle mie prossime

onde.

 

Abbracciami di coraggio

in questa foresta di numeri.


Kalindi Achala

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sabato, dicembre 10, 2005
L'Uomo senza qualità

Uno degli innumerevoli motivi per cui ritengo che “L’uomo senza qualità” di Robert Musil sia uno dei romanzi più importanti e più belli del novecento e, per ora anche del duemila.
 
Se esiste il senso della realtà deve esistere anche il senso della possibilità
 
Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre atte­nuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dub­bio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci deve essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.
Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto que­sto o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui po­trebbe, o dovrebbe accadere la tale o talaltra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com'è, egli pensa: be', probabilmente potrebbe anche esser diversa. Cosicché il senso della possi­bilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensa­re tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non dar maggiore importanza a quello che è, che a quello che non è. Come si vede, le conseguenze di tale attitudine creativa pos­sono essere notevoli, e purtroppo non di rado fanno appari­re falso ciò che gli uomini ammirano, e lecito ciò che essi vie­tano, o magari indifferenti e l'uno e l'altro. Questi possibi­listi vivono, si potrebbe dire, in una tessitura più sottile, una tessitura di fumo, immaginazioni, fantasticherie e congiun­tivi; quando i bambini dimostrano simili tendenze si cerca energicamente di estirparle, e davanti a loro quegli indivi­dui vengono definiti sognatori, visionari, pusilli, e saccenti o sofistici.
Chi vuoI lodare questi poveri mentecatti li chiama anche idealisti, ma evidentemente con tutto ciò s'allude soltanto al tipo debole, che non sa capire la realtà o la fugge temendo di farsi male, per cui dunque l'assenza del senso della realtà è davvero una mancanza. Il possibile però non com­prende soltanto i sogni delle persone nervose, ma anche le non ancor deste intenzioni di Dio. Un'esperienza possibile o una possibile verità non equivalgono a un' esperienza rea­le e a una verità reale meno la loro realtà, ma hanno, alme­no secondo i loro devoti, qualcosa di divino in sé, un fuoco, slancio, una volontà di costruire, un consapevole utopi­smo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un'invenzione. La terra in fin dei conti non è af­fatto vecchia e non si può dire che il suo grembo sia mai sta­to veramente benedetto. Volendo distinguere comodamen­te la gente che ha il senso della realtà dalla gente che ha il senso della possibilità, basta pensare a una determinata som­ma di denaro. Tutto ciò che mille marchi, ad esempio, con­tengono in fatto di possibilità, lo contengono senza dubbio, che uno li possegga o no; il fatto che li possegga il signor Tu o il signor lo non aggiunge loro nulla, come non aggiunge­rebbe nulla a una rosa o a una donna. Ma uno stolto li na­sconde sotto il materasso, dicono i realisti, e un savio ne fa qualche cosa; persino alla bellezza di una donna viene inne­gabilmente tolto od aggiunto qualcosa da colui che la pos­siede. È  la realtà che suscita la possibilità, e nulla di errato come il negarlo. Tuttavia nella media o nella somma rimar­rebbero sempre le stesse possibilità, che si ripetono finché viene qualcuno per il quale una cosa reale non vale di più che una immaginaria. È  lui che dà finalmente senso e determi­nazione alle nuove possibilità, e le suscita.
Un uomo siffatto è però un caso tutt'altro che semplice. Poiché le sue idee, quando non siano oziose fantasticherie, non sono altro che realtà non ancor nate, anch' egli possiede il senso della realtà; ma è un senso della realtà possibile, e perviene molto più lentamente alla meta che non il senso, insito nella maggior parte degli uomini, delle loro reali pos­sibilità. Egli vuole, per cosi dire, il bosco, e gli altri voglio­no gli alberi; e il bosco è qualcosa che è difficile definire, mentre gli alberi significano tanti e tanti metri cubi di una determinata qualità di legno. Forse lo si può esprimere an­che meglio dicendo che l'uomo dotato di un normale senso della realtà somiglia a un pesce che abbocca all'amo e non vede la lenza, mentre l'uomo dotato di quel senso della realtà che si può anche chiamare senso della possibilità tira la len­za e non sa lontanamente se vi sia attaccata un'esca. A que­sta eccezionale indifferenza per la vita abboccante all'esca si contrappone per lui il pericolo di compiere azioni assolu­tamente atrabiliari.
Un uomo non pratico - ed egli non appare soltanto tale, ma lo è in effetto - risulta malfido e im­prevedibile nelle relazioni umane. Commetterà atti che per lui hanno un significato diverso che per gli altri, ma a tutto troverà giustificazione se potrà ridurlo a un'idea fuori del comune. E per giunta oggi è ancora assai lontano dalla logi­cità. È  assai facile che un delitto, dal quale un altro risente danno, gli appaia semplicemente come uno sbaglio da im­putarsi non a chi lo ha commesso ma all'ordinamento della società. È  incerto però se uno schiaffo da lui ricevuto gli parrà un'ingiuria alla società, o almeno impersonale come il morso d'un cane; probabilmente invece restituirà innanzitutto lo schiaffo, e solo in seguito gli verrà in mente che non avrebbe dovuto farlo. E ancora, se gli portano via l'amante non saprà oggi come oggi prescindere del tutto dalla realtà di questo fatto e consolarsi con un nuovo impreveduto sen­timento. Per ora questa evoluzione è ancora in atto e costi­tuisce per l'uomo singolo tanto una debolezza quanto una forza.
E poiché possedere delle qualità presuppone una certa soddisfazione di constatarle reali, è lecito prevedere come a uno cui manchi il senso della realtà anche nei confronti di sé stesso possa un bel giorno capitare di scoprire in sé un uomo senza qualità.
 
 

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Categoria: letteratura straniera

lunedì, novembre 28, 2005
Le botteghe color cannella

Bruno Schulz è diventato un piccolo mistero per me quando ho letto "Vedi alla voce amore" di David Grossman, la prima volta quando ero al liceo, quindi circa quindici anni fa se non di più, e poi tutte le altre volte che l'ho riletto, questo romanzo che rientra nella mia personale lista dei dieci romanzi della vita.
Leggevo e rileggevo e le parti più criptiche, più simboliche del libro riguardavano questo scrittore ebreo morto durante la seconda guerra mondiale, ucciso da un ufficiale nazista.
Vuole la leggenda che questo ufficiale tedesco lo uccise sparandogli, per vendicarsi dell'uccisione, da parte di un altro ufficiale del "suo" ebreo.
Pare che disse: "hai ammazzato il mio ebreo, io ora ammazzerò il tuo".
Cito da Vedi alla voce amore: "una lingua nella quale si potevano pronunciare frasi come, ad esempio: "hai ammazzato il mio ebreo, io ora ammazzerò il tuo", una lingua in cui simili costruzioni non si annullano subito da sé e non diventano veleno o smorfia di soffocamento o stretta al cuore di chi le pronuncia - una lingua così non è una lingua di vita. Non è umana e non è morale ma è, forse, una lingua che è stata introdotta molto tempo fa da malvagi traditori, e di una cosa solo è degna, di morte".
Sembra che questo scrittore, Bruno Schulz, stesse scrivendo, quando lo uccisero, un romanzo di cui non si è trovato mai più neanche il manoscritto.
Di lui ci restano alcune raccolte di racconti di cui la più nota si intitola appunto: le botteghe color cannella.
L'ho comprato un mese fa, edito da Einaudi e l'ho divorato.
Ho trovato una fantasia visionaria e tenera, immaginifica, colorata, stralunata.
Il protagonista indiscusso di questi racconti è il padre di Bruno, Jakob: un vecchietto che diventa una sorta di spiritello birbante, un nume tutelare della casa e della famiglia.
Questo vecchietto, si arrampica su per gli armadi, si nasconde nelle soffitte, diventando lo stupefacente interprete dei segni del tempo e della natura sotto lo sguardo incantato e stupefatto di Bruno bambino, che ne racconta le eroiche gesta.
L'infanzia è la dimensione di Bruno, una dimensione da cui il mondo può essere guardato senza paura, senza che faccia male.
Un'infanzia che perpetuata nel tempo della maturità è un gesto esatto, che ti salva.

 

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Categoria: letteratura straniera

mercoledì, ottobre 19, 2005

La poesia aggiunge vita alla vita.
E' una vita al quadrato.

Mario Luzi

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Categoria: proverbi e aforismi

domenica, settembre 18, 2005

La Trilogia della città di K.
Scrivo questo post per due motivi: il primo è fare una piccola ammenda per non aver dato il mio contributo per tanto tempo.
A mia discolpa però posso dire che sono molti mesi che non leggo un romanzo che mi soddisfi e che mi faccia venire voglia di condividere con gli altri le emozioni provate.
Il secondo motivo è che vorrei ricondurre questo blog alla sua originaria funzione di luogo virtuale dove scambiare idee e suggestioni sulle arti, la letteratura e tutto quanto ci possa essere di bello da condividere, dopo il dilagare di post pseudo new age, pseudo filosofici, pseudo buonisti, insomma pseudo post.
 
Il libro che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere è quello del titolo: la Trilogia della città di K. di Agota Kristof, edizioni Einaudi Tascabili (quella che hanno da poco ribattezzato ET, si come l’extraterrestre che voleva tornare a casa!) euro 9,80.
 
Lo guardavo negli scaffali delle librerie da molto tempo, ma lo osservavo con una certa diffidenza soprattutto a causa del titolo, questa trilogia che credevo fosse composta da tre romanzi separati.
Io preferisco i romanzi compatti e soprattutto non amo i romanzi brevi ed i racconti, in generale, tranne s’intende incappare in qualche felice eccezione.
Questo perché mi piace affezionarmi ai personaggi, entrare nel loro mondo, immaginare le ambientazioni, e, in genere con i romanzi brevi e, ancora di più con i racconti, non faccio in tempo a entrare nell’atmosfera, che poi è già tutto finito.
 
Un giorno, in un giro in libreria che si annunciava poco proficuo, mi convinco, lo porto a casa e … miracolo, lo leggo in quattro giorni e, nelle pause necessarie alla vita di tutti i giorni, non smetto di pensarci di desiderare di leggerlo. Erano anni che non mi succedeva, e che incanto poter provare ancora questa specie di innamoramento!
 
La storia è quella di due bambini, fratelli gemelli, Claus e Lucas, che durante la seconda guerra mondiale, vengono affidati dalla madre, che fugge da una grande città di un paese dell'est che non viene mai nominato (l'autrice è ungherese ed è fuggita dal suo paese nel 1956, ora vive in svizzera e scrive in francese), alla nonna, che è una specie di strega cattiva.
I due gemelli, intelligentissimi, si attrezzano per sopravvivere all'orrore, alla guerra, alla fame, alla nonna, scrivendo ogni cosa che vedono nel loro Grande Quaderno.
Il resto non ve lo racconto perché altrimenti vi rovinerei tutta la meraviglia di seguire la prosa misurata se non addirittura scarna, essenziale, che segue come un congegno ad orologeria la storia di questi due fratelli, per sconvolgerla nella seconda parte intitolata La prova e per stravolgerla radicalmente e per sempre, nella terza parte: La grande menzogna.
 
Finito di leggerlo sono rimasta immobile, con il libro chiuso tra le mani e, chiudendo gli occhi, ho provato una tristezza infinita, un po' per l'epilogo, un po' perché non mi restava altro da fare che dire addio a Claus e Lucas.
Un doppio abbandono in un certo senso, per l'aver finito il libro e per il salto mortale che il romanzo compie svelando una verità più cruda della cruda favola che li vedeva protagonisti.
Insomma, un romanzo che è un piccolo miracolo, compiuto soprattutto dalla tecnica narrativa che adotta la scrittrice, la sua scarna prosa che si modifica insieme al modificarsi e al complicarsi delle vicende dei gemelli, per essere poi completamente diversa in ognuna delle tre parti di cui è composta la storia.
Leggetelo, dunque, e se lo avete già letto, fatemi sapere se vi ha ammaliato come ha fatto con me.
 

Condiviso da: bartleby alle 20:25 | link | commenti (6) |
Categoria: letteratura straniera

domenica, settembre 04, 2005
Piccola grande infanzia

 

"<Un bambino può insegnare sempre tre cose a un adulto: a essere contento senza motivo, a essere sempre occupato con qualche cosa e a pretendere con ogni sua forza quello che desidera. (...)>"              (Paulo Coelho, 'Monte Cinque' )

 

  

Gli esseri che più amo sulla faccia della terra sono i cuccioli.l I cuccioli di uomo, i micini di una gatta, i piccoli dei cani e degli elefanti. Qualsiasi cucciolo, qualsiasi fanciullo. Solo in loro l'innocenza si eleva alla massima potenza e non lascia spazio a influenze di alcun genere. Solo in loro l'istinto e la purezza vanno di pari passo. Il sorriso di un cucciolo è sempre onesto. Il suo pianto è sempre sincero. Gli occhi di un cucciolo sono finestre senza vetri. E quando un cucciolo gioisce, allora una farfalla ha preso il volo; se piange, la farfalla è morta. I cuccioli sono gli esseri più complicati da emulare proprio per la loro sincera semplicità.

 

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Categoria: psicologia e filosofia

giovedì, settembre 01, 2005
paura di sbagliare?

 

c'è chi mi scrive che forse non brilliamo per "paura di sbagliare" o almeno per paura di non "brillare della luce giusta"...

ehi, ma fate sul serio?

chi è il pilota di formula uno che vince sempre?

Chi risponde? sembra che non ci sia connection fra le cose che ho scritto, e invece c'è...

 

Condiviso da: skappa alle 19:41 | link | commenti (3) |
Categoria:

martedì, agosto 30, 2005

Non è il nostro buio, è la nostra luce che ci spaventa di più.
Tu chiedi: "chi sono io per essere brillante, favolosa e di talento?" in verità, chi sei tu per negare di esserlo?
Tu sei una creatura di Dio.
Giocando ad essere piccola non aiuti il mondo a crescere.
Non c'è niente di illuminante nel chiudersi, perchè gli altri intorno a te si sentiranno insicuri.
Lasciando brillare la ns luce consentiremo agli altri di fare lo stesso.

da Marianne Williamson

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giovedì, agosto 25, 2005
Vicini di cuore

«Di sicuro l'amore si esprime in primo luogo nello stare con qualcuno, ascoltare qualcuno, dare il proprio tempo a qualcuno, piuttosto che nel fare qualcosa per qualcuno.
Se passi il tempo con una persona, quella e' una espressione d'amore tanto quanto cio' che puoi fare per lei.
Alla maggior parte delle persone sole basta la presenza di qualcuno che stia con loro, che sorrida loro.
Stando con i poveri, esistendo per loro, qualsiasi cosa tu possa fare per loro e' significativa» (Un missionario)

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Categoria: psicologia e filosofia

martedì, agosto 16, 2005
Salvifica sofferenza

«Beato colui che con le sue sofferenze partecipa alla Passione del Signore.
Anche la sofferenza e la morte hanno un senso e, pur permanendo il mistero che le avvolge, possono diventare eventi di salvezza.
La sofferenza, pur restando in se stessa un male e una prova, puo' sempre diventare sorgente di bene.
Chi vive la sua sofferenza nel Signore, viene piu' pienamente conformato a Lui»            (Giovanni Paolo II)

Condiviso da: Teia alle 14:40 | link | commenti (1) |
Categoria: psicologia e filosofia